R A C C O N T I
Il sogno siciliano PDF Stampa E-mail

Il sogno siciliano

Pubblicato su La Repubblica Palermo - 27 aprile 2001

Nell'aria sfolgorante, tutto appariva luminoso, persino i liquami del cunicolo al centro della viuzza. Le case, seppure addossate le une alle altre, avevano contorni netti sotto il sole e brillavano di calce.

Alla luce abbacinante, al tanfo del letame e alle urla cadenzate dei venditori, dall'intonazione tragica e dolorosa, Mohammad si sentì annebbiare la vista. Aveva trascorso una notte insonne, al pensiero della partenza, ed aveva le idee confuse. Si fece schermo con le mani per proteggere gli occhi. Il calzolaio dell'angolo, a vederlo, rimase con il martello in aria, fece un gesto strano con le dita, come a chiedere:

«Allora è vero che vai in Sicilia?».

Mohammad disse di sì, senza fermarsi. Poi si voltò. Il calzolaio era ancora lì, la mano alzata, un luccichio d'invidia nello sguardo.

Il sole picchiava forte e il giovane sentì le gambe pesanti e il sudore che gli colava sul collo. Affrettò il passo, a fatica.

In piazza, fece appena in tempo a salire sull'autobus. Quando questo si mosse, con occhi ingordi, cercò di catturare le ultime immagini. Vide gli ulivi palpitare d'argento sulla terra colore della ruggine. Poi il cielo si tinse di sabbia e divenne livido, l'aria arroventata, asfissiante. Apparve il deserto, traboccante di afa e di noia. Poi ancora il deserto. Sempre il deserto. Mohammad si assopì e sognò le cupole rosse e la Cuba. Quando si svegliò il deserto fuggiva ancora, all'indietro, infinito, senza confini. Come il mare. Ebbe un leggero tremito al pensiero del mare. Non lo aveva mai visto, ma ne aveva paura.

Di notte, il deserto scomparve e Mohammad, da lontano, vide un brillio liquido, oleoso, come di scaglie dorate. Erano le luci della città riflesse nel mare.

La spiaggia era avvolta da un velo fitto d'oscurità, dietro al quale s'indovinava un brulichio, un brusio di persone, in attesa.

Ad un tratto qualcuno urlò: «Tutti nella stiva!».

Gli emigranti sfilarono muti, l'uno dietro l'altro, senza bagagli. Inconsistenti, irreali, sotto la luce della torcia elettrica. Un corteo di spiriti, di anime in pena. Due uomini li spingevano con forza nella stiva e li pigiavano, gli uni contro gli altri, per farli entrare. La pancia della barca si riempì fino a scoppiare. Quando si mosse, si levarono dei singhiozzi brevi, ripetuti, gli strilli dei bambini e una nenia. Poi il sonno aggrumò tutti nel silenzio della notte.

Mohammad, dall'oblò, vide salire il giorno. Il mare, sotto il sole, sembrava un campo di grano o il deserto mosso dal vento. Il cielo, come uno specchio, ne rifletteva i colori.

Nella stiva, la ristrettezza era soffocante, disumana, l'aria appestata di miasmi. Dal brulichio di corpi, tra zaffate di tanfo nauseante, che impastavano la lingua e annebbiavano il cervello, si levavano, stremati, i pianti dei bambini, la disperazione delle madri, le imprecazioni degli uomini.

Mohammad, affogato dal lezzo e dai corpi, in una sorta di delirante torpore, vagava, con il pensiero, nella città dalle mura merlate, colore di sabbia, tra gli amici che, a quell'ora, bevevano il tè al sapore di menta, in un ozio infinito, tra i profumi del suk, rivedeva Aisha seduta al telaio e la luce che bagnava il suo collo. «Insciallah!», biascicava, gli occhi smaniosi, febbrili, incollati all'oblò. L'orizzonte danzava dolcemente e invitava a sognare. Sarebbe spuntata dal nord l'isola nuova. «Palermo ha i profumi, i colori, i rumori africani…», vaneggiava Mohammad.

Una notte, sotto la sferza del vento, il mare cominciò a dimenarsi e ad urlare, come una bestia ferita. Al beccheggio e al rullio della barca, scivolò il grumo brulicante di corpi, come una pedina su una scacchiera inclinata. Poi si spalancò l'abisso e inghiottì il cielo nero come pece. Si levò, tremendo, straziante, un coro di pianti e preghiere. Poi le urla degli emigranti si confusero con la rabbia del mare e si persero nel buio.

Mohammad si ritrovò aggrappato ad un rottame. Intorno, il nulla. Tutti spariti: uomini, donne, bambini, la barca, il tanfo, le urla. Era rimasto solo il rantolo del mare.

«Insciallah… Insciallah…», salmodiava Mohammad. La testa sulle onde, il corpo affogato nell'acqua, le mani, due tenaglie di ferro, aggrappate all'asse, non riusciva a pensare. Era sfinito, confuso. Da quante ore durava l'inferno? Aveva perduto la nozione del tempo. Davanti all'orrore il tempo si arrende. C'è spazio solo per l'eterno presente.

Non immaginava che il mare fosse capace di tanto, che potesse infuriarsi a tal punto e fiaccare la forza di un uomo.

Aveva voglia di farla finita, una volta per tutte: aprire le mani e lasciarsi inghiottire dalle onde.

Trascorse la notte vegliando. Temeva che le dita avrebbero mollato l'asse di legno.

Con il sole apparve la spiaggia. Era lì a portata di mano, ma lui non sapeva nuotare. Le palme sventagliavano i rami a dare il benvenuto. Nell'aria, un profumo di vita e, sul mare, il sole aveva ripreso a giocare.

Mohammad non si accorse della motovedetta della Guardia Costiera che veniva a soccorrerlo.

Lo tirarono su come un povero cristo, le gambe e le mani di legno, la bocca e gli occhi incollati dal freddo.

«La Sicilia?» gemette.

Una guardia, a fatica, staccò le dita dall'asse.

«È là… la Sicilia…» indicò.

Mohammad sospirò, sorrise, poi svenne.