Tutto per una una S di Giuseppe Sparacino PDF Stampa E-mail
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Martedì 06 Marzo 2012 15:47

recensione di Licia Cardillo Di Prima

“Tutto per una S”. Un titolo che ci introduce nel mistero delle parole e nel peso che esse hanno. E ci fa riflettere come una semplice S possa capovolgerne il significato. Da un lato, “oggetto” - il patire, il subire un’azione fatta da altri, - e, dall’altro, “soggetto”, cioè l’agire, il fare, il decidere azioni che ricadranno su altri. Già, nel titolo, c’è il tema della libertà, dell’affrancamento della persona, perché quella lettera - la S nella fattispecie - ha un ruolo tanto importante da ribaltare la condizione umana.

Sulla copertina, una madre che tiene in braccio un bambino, una foto così familiare che ho avuto l’impressione di averla vista prima, in qualche album di famiglia, e mi sono chiesta se tra la famiglia Sparacino e la mia non ci fosse stata, nel passato, frequentazione. In realtà si tratta di una fotografia molto comune nel passato. Il fatto che Pippo Sparacino l’abbia scelta mi fa pensare molto. La copertina rappresenta, in fondo, la sintesi del libro. Racchiude la chiave di lettura. La narrazione si dipana di là. Solo uno sguardo superficiale non può cogliere il senso, il messaggio di quanto la foto o una grafica, o un disegno qualsiasi ci comunicano.

Segni che rimandano alla famiglia, alla madre, a questa figura che nel Meridione, ha avuto sempre un che di grandioso, di solenne e di tragico e ha determinato, pur non avendo ruoli di primo piano, il destino di questa nostra isola.

Con la scelta di questa foto, Pippo ha chiamato in causa la madre come a condividere con lei il comune percorso di vita. Ė come se volesse gridare a tutti che se è diventato quello che è, lo deve a questa donna straordinaria - Che donna mia madre! Lo ripete diverse volte - a questo rapporto che è esclusivo nei primi anni di vita, totalizzante, e importante per le future scelte.

Il destino di un bambino si gioca spesso nel rapporto con i genitori. C’è un bellissimo libro di Hillman, "Il codice dell'anima" nel quale si legge che ciascuno di noi, prima della nascita, riceve come compagno un "daimon", una specie di guardiano che lo accompagna e lo aiuta ad adempiere il destino scelto. Secondo questa suggestiva teoria ognuno di noi, prima di venire sulla terra, si sceglie la madre e il padre che possano consentirgli di realizzare il proprio destino.

Io credo nel peso che i genitori hanno sul destino dei propri figli.

E Pippo Sparacino deve molto alla madre. La presenza di lei è costante nel libro, con i suoi silenzi, le sue rinunce, i suoi stimoli, le sue approvazioni, il suo orgoglio: «l’orgoglio doveva sovrastare la miseria e camminare a testa alta, e mia madre camminava a testa alta!  Era, ed è sempre stata, orgogliosa, puntigliosa, fiera, anche nel modo di camminare… portava alta la testa con quell’orgoglio ch’è figlio solamente della dignità e del rispetto di se stessi». La madre è una presenza costante, con la sua visione positiva della vita. «Mia madre aveva rispetto della fame, sapeva che con la fame non si scherza. Ogni cosa la metteva a confronto con essa e, facendomi vedere il bicchiere mezzo pieno, mi ripeteva: “Non ti lamentare… Tuo padre un pezzo di pane non te lo ha fatto mancare”. Mia madre mi ha insegnato a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché il bicchiere mezzo vuoto, più che mezzo bicchiere, spesso è un pozzo profondo di sofferenza umana».

Tutte le mamme, soprattutto quelle meridionali, hanno un rapporto viscerale con i figli e, forse, è questo rapporto che indirizza la vita di ognuno di noi, nel bene e nel male.

E poi l’epigrafe ripresa da “La luna e i falò” di Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti».

Paese come comunità, come grande famiglia da cui si parte per il gusto di ritornarvi, paese fatto di persone che si stringono nel dolore, tessuto che lega gli uni agli altri, nel bene e nel male, rete di sostegno che induce a sopportare la pena del vivere.

Tre elementi, quindi: titolo, copertina, epigrafe. C’è, in nuce, il contenuto del libro. Ci sono i valori in cui Pippo crede fermamente: della famiglia, del luogo dove si è nati e della crescita sociale e culturale di un individuo attraverso il rapporto con gli altri.

“Tutto per una S” è nato per comunicare un’esperienza di vita. In realtà lo scopo di qualsiasi libro è quello di comunicare. Chi scrive, scrive perché sente dentro un’urgenza incontenibile, traboccante, di fissare, attraverso le parole, pensieri, sentimenti, stati d’animo, conoscenze, per trasmetterli ad altri e condividerli.

Chi scrive, scrive perché vuole essere letto, vuole collegarsi agli altri, rafforzare quella rete cui accennavo poco fa, raggiungere i confini dell’universo. Ha un disperato bisogno di allacciare quei fili che nella quotidianità, talvolta, ha dovuto, per necessità, allentare. Lo scrittore, infatti, è spesso un solitario, un alieno, si trova a disagio tra gli altri, parla poco, perché conosce il peso delle parole e sa che bisogna sceglierle, meditarle, usarle come farmaci omeopatici, perché possono diventare pietre, o leggere come aria, o penetranti come aghi.

Pippo Sparacino conosce il peso delle parole e non le usa mai a sproposito.

Il libro di Pippo è un caleidoscopio, un pezzo di cristallo sfaccettato che offre diverse possibilità di lettura. Ė un libro che non si può racchiudere in una relazione, in una recensione. Saremmo ingiusti se pretendessimo di farlo. Ci sono molti spunti che andrebbero approfonditi: l’infanzia negata, il dolore, la questione meridionale, l’emigrazione, l’impegno politico, il valore delle ideologie, l’impegno di scrittore. Per quanto mi riguarda, ho cercato di focalizzare alcuni aspetti illuminanti per la comprensione del testo, ma sicuramente non esaustivi. D’altronde è giusto lasciare ai lettori la libertà di coglierne altri.

Devo dire che l’esordio del libro ha suscitato in me una forte tensione emotiva; mi ha inchiodato il linguaggio immediato, spontaneo, con il quale l’autore ripropone aspetti e momenti del suo e del nostro passato. La sua rievocazione icastica ha riportato alla memoria ricordi lontani perduti. Ė proprio qui la magia della scrittura: in questo raccordo tra il lettore e l’autore, nel terreno comune nel quale l’uno e l’altro si ritrovano.

Mi ha affascinato la naturalezza con la quale Pippo ha raccontato aspetti intimi della propria vita, la sua infanzia negata, il rapporto con i familiari, la povertà, il disagio esistenziale, l’iniziazione sessuale, la morte del fratello. Mi ha intrigato la lucidità – e se vogliamo anche il distacco emotivo - con cui ha trattato eventi laceranti della sua vita, trasferendo le emozioni nei fatti stessi. La catarsi della scrittura… La scrittura serve anche a questo a bruciare il dolore, a sublimarlo.

C’è il racconto della morte del fratello Enzo trainato da un montacarichi che si era ribaltato. Pippo, militare a Palmanova, ritorna in treno a Palermo, e da Palermo a Menfi. Ė costretto a venire a piedi a Sambuca. “Arrivai a Menfi che era già sera inoltrata. Da Menfi a Sambuca ci sono 18 Km, a quell’ora non c’era nessun mezzo di trasporto. Decisi di avviarmi a piedi, con la remota speranza di trovare, strada facendo, qualche passaggio. Non incontrai una macchina nei due sensi di percorrenza; di telefoni, ovviamente neanche a parlarne.

A Misilbesi, quando vidi stagliarsi nella penombra lunare le pareti delle cave di tufo, cominciai a sentirmi quasi a casa. Arrivai a Sambuca che era passata la mezzanotte. Mi inerpicai per la scorciatoia che da “Lu Signuruzzu” portava a “Li Stazzuna”, e quindi a “Li Macasinazzi” là dove abitavamo noi.  Trovai la scala e il pianerottolo pieno di amici e parenti; appena mi videro mi corsero incontro. Mi svincolai, entrai in casa e, come è uso siciliano, vidi tutte le donne sedute intorno, vestite a nero”.

Ė un brano scarno, essenziale, rispetto ad altri, eppure l’immagine di Pippo che percorre 18 Km a piedi, mi ha accompagnato, subito dopo la lettura, per diversi giorni e mi ha dato la dimensione della forza dell’uomo.

A Pippo la vita ha negato l’infanzia, la spensieratezza, il gioco, ma ha dato tante doti, tra cui l’intelligenza del cuore. E non è poco.

Io non credo che lui quella s l’abbia conquistata nel tempo. Pippo è “soggetto” sin dai primi anni della sua vita, quando da garzone andava a riempire le brocche alla fontanella di Calcara o si svegliava la mattina alle cinque per andare a raccogliere le olive o andava come garzone dai muratori. C’è sin da allora, attraverso la rievocazione che ne fa l’autore stesso, quell’orgoglio di sé - retaggio materno che lo sostiene e che ne fa un ragazzino speciale - c'è una grinta, una maturità, difficile da trovare nei coetanei. Ė un uomo già a nove anni. Responsabile, autonomo, furbo, che sa usare la ragione, che s’interroga sul destino, sulla vita, sulle relazioni sociali, sull’ingiustizia, sulla difficoltà di vivere. Ė un soggetto pensante. E che cosa c’è di più importante del pensare, di esercitare la logica, di progettare il proprio futuro e preoccuparsi di quello degli altri, di cogliere le sfumature della vita? Ė un soggetto pensante, capace di sognare, di crearsi un’esistenza alternativa, di dare sapore alla vita, attraverso il sogno. «A quell’età sognavo già. Facevo il garzone tuttofare, avevo nove anni e, quando mi mandavano in groppa all’asino a prendere l’acqua alla sorgente, in paese a fare la spesa o quando mi ordinavano di fare le fascine con le stoppie, ero solo. Non ero con i miei amici a giocare, a distrarmi, ero solo con le mie riflessioni, con le mie paure e i miei sogni di bambino.

A volte, quando ero solo nel buio avevo paura, ma il più delle volte sognavo di riscattare la mia famiglia dalla miseria, sognavo che si può vincere anche da poveri. Sognavo di volare, di spiccare il volo e guardavo gli uccelli librarsi nell’aria… Il sogno non era altro che la libertà della mente… il sogno mi aiutava, se non altro serviva a distrarmi dalla dura realtà di bambino garzone».

“Soggetto” a 9 anni. Soggetto pensante, libero, attento, creativo, proiettato nel futuro. Quella S  Pippo se l’è conquistata nell’infanzia, come un vero soldato, e ne ha fatto buon uso sin da allora.

Quanti sono i giovani di oggi capaci di sognare? Sognare è crearsi un’esistenza alternativa. Ė rappresentarsi un modo diverso di vivere. Sognare, spesso, vuol dire anche “volere” e “volere” vuol dire concretizzare il sogno attraverso il fare, l’agire. Quanti giovani oggi sognano? I sogni, oggi, sono gli altri a fabbricarli per loro, attraverso quella macchina infernale che è la televisione. Oggi i giovani non sognano e non pensano. Non ne hanno il tempo. Pippo Sparacino, a nove anni, si alzava alle cinque, per andare a raccogliere le olive, saliva in groppa al mulo, assonnato e pensava. Osservava gli alberi, gli uccelli, la natura e pensava. Lavorava dall’alba al tramonto, ma aveva il tempo di sognare. Non ha mai mandato in vacanza il suo cervello. E l’impegno paga.

La vita di Pippo è una vita esemplare da fare conoscere ai giovani.

Un’infanzia negata, la sua, segnata dalla fatica, dal bisogno e dal dolore.

Il dolore è prolifico, acuisce la sensibilità, affina, rende la pelle trasparente, mette a nudo nervi, tendini, tessuti. Il dolore è un paletto piantato davanti all’uomo, a segnare i limiti, i confini dell’umanità, a segnare la fragilità, ma è anche un’opportunità che l’uomo non dovrebbe farsi sfuggire. Il dolore è scomodo, come Dio e la morte, ma lascia un limo dentro che rende fertili. Certo può anche indurire il cuore, come il seme che cade sulla roccia o tra le spine.

Per Pippo il dolore è stato un lievito. Se non fosse passato attraverso la pena di vivere, oggi, probabilmente, non sarebbe uno scrittore. Lui, l’opportunità, non se l’è lasciata sfuggire, ha lasciato che impastasse la sua vita, la trasformasse, la rivitalizzasse, senza cancellare la visione positiva della vita, senza portarsi via il suo humour.

Ė proprio vero - come scrive Kalil Gibran - che la gioia e il dolore sono inseparabili e che quanto più il dolore incide nella nostra vita, tanta più gioia potremo godere.

«La vostra gioia è il vostro dolore smascherato. E il medesimo pozzo da cui proviene il vostro riso, è stato spesso riempito dalle vostre lacrime. Tanto più a fondo il dolore incide nella vostra vita, tanta più gioia potrete godere… Quando siete felici guardate in fondo al vostro cuore e capirete che in realtà state piangendo per ciò che prima fu una vostra gioia… Arrivano insieme, e quando l’una siede con voi a tavola, ricordatevi che l’altro sta dormendo nel vostro letto».

E, nel libro di Pippo, non mancano le note esilaranti pur nella tragicità delle situazioni. Basti pensare al brano nel quale l’autore racconta la difficoltà del padre di allungare le scarpe o la prima comunione. Pagine dense di vita che fanno pensare e ridere tra le lacrime.

«Tutte le esperienze ci fanno crescere e riflettere… Noi non siamo altro che il frutto delle nostre stratificazioni mentali, ogni esperienza e ogni riflessione su quella esperienza crea un tassello che va a formare il puzzle della nostra vita».

L’infanzia negata è il substrato sul quale si è innestata la rivoluzione del cuore, la rivendicazione, la voglia di cambiare un mondo ritenuto ingiusto.

Il giovane solitario, divenuto adulto, cerca di concretizzare il suo sogno, tessere le fila della partecipazione, del coinvolgimento, della chiamata in causa di quanti la pensano come lui. Fondamentale il sodalizio con Nino Ferrara e Mommo Ferraro che dà all’autore la misura di quanto sia importante la fede negli ideali e come essa possa cementare persone di estrazione diversa. Il sogno passa attraverso l’impegno politico, le lotte sindacali, la mobilitazione delle masse, l’occupazione delle terre. Un impegno estremo, totalizzante che tende al fine, senza guardare ai mezzi per raggiungerlo. E che dà i suoi frutti. Il piccolo grande uomo si stupisce dei suoi stessi risultati, si specchia compiaciuto nel suo successo, stenta a credere che la sezione comunista Giuseppe Di Vittorio - di cui era segretario - sia premiata dai vertici del Partito Comunista, come “la meglio organizzata di tutta la regione”, che lui sia stato eletto consigliere al Comune di Prato, assessore e poi sindaco di Cantagallo.

«Essere eletto assessore a ventisei anni, senza sgomitare, senza rincorrere il potere… Non pensavo che il mio impegno potesse sfociare in un incarico pubblico di così alto prestigio. Da quel momento, però, cominciai ad immedesimarmi nel ruolo. Ero convinto che ognuno, qualsiasi incarico il Partito gli affidasse, bisognava che operasse per il bene complessivo. Operare per il bene generale significava avere il senso di appartenenza e di rappresentanza: l’orgoglio di appartenere e la dignità etica di rappresentare».

Subito dopo l’elezione a sindaco di Cantagallo: «In quel momento giurai a me stesso che ce l’avrei messa tutta, che avrei impegnato tutte le mie energie, il mio orgoglio e la mia passione».

Ancora l’orgoglio, quell’orgoglio ereditato dalla madre e che non è sterile amore di sé, arroganza, presunzione, “autoglorificazione” ma consapevolezza della propria dignità, del proprio ruolo, forma che si sostanzia di concretezza.

L’impegno paga. Abbiamo avuto modo di verificarlo attraverso le pagine di questo libro. La passione ed il rigore morale con cui si affronta ogni piccola azione quotidiana hanno un riscontro che contiene in sé la gratifica. E non è un compenso materiale.

Passione e talento, i due elementi che troviamo nella vita di Pippo Sparacino.

Pippo ha del talento, un talento innato, sicuramente, che si è giovato, però, di tutte le opportunità che la vita gli ha messo sulla strada. Talento che affonda le radici nel dolore, nelle esperienze di vita, nelle delusioni.

Basti pensare a quel momento cruciale, durante il quale si spezza l’unità dell’uomo stesso, s’incrina la fede negli ideali. Momento nel quale egli raccoglie i cocci delle sue esperienze, delle delusioni e li osserva con il distacco di un anatomopatologo.  «Beppe» fa dire Pippo all’Indagatore, il suo alter ego «il rischio non sta nella fine del mondo, ma nella morte dell’anima». E la morte dell’anima è generata dall’egoismo, dall’ambizione, dall’ipocrisia, dall’abbrutimento, dalla degenerazione. Dalla lotta di ciascuno per il proprio tornaconto. Per la prima volta, davanti all’esame impietoso dell’Indagatore, Pippo è costretto a vedere, come in uno specchio, le mistificazioni delle ideologie e se stesso come un ingenuo Don Chisciotte.

Arrivati all’ultima pagina di questo straordinario libro, si ha l’impressione che Pippo, attraverso le esperienze di vita – dolorose certo – attraverso i successi, le delusioni politiche, la riflessione sui comportamenti umani, abbia maturato quella fluidità, quella libertà di pensiero e quella capacità critica - prerogativa di una persona aliena da qualsiasi condizionamento – che consente, a chi la possiede, di scoprire la miopia dei fanatismi, i limiti delle ideologie, della fede che si specchia solo nella propria verità.

Ė rimasta, salda, integra, invece, la fede nei valori della democrazia, della libertà, della solidarietà, della giustizia.

Ė rimasto, nonostante tutto, l’ottimismo della volontà. Ė rimasta la fede nella vita.

Tutto per una S

di Giuseppe Sparacino

recensione di Licia Cardillo Di Prima

“Tutto per una S”. Un titolo che ci introduce nel mistero delle parole e nel peso che esse hanno. E ci fa riflettere come una semplice S possa capovolgerne il significato. Da un lato, “oggetto” - il patire, il subire un’azione fatta da altri, - e, dall’altro, “soggetto”, cioè l’agire, il fare, il decidere azioni che ricadranno su altri. Già, nel titolo, c’è il tema della libertà, dell’affrancamento della persona, perché quella lettera - la S nella fattispecie - ha un ruolo tanto importante da ribaltare la condizione umana.

Sulla copertina, una madre che tiene in braccio un bambino, una foto così familiare che ho avuto l’impressione di averla vista prima, in qualche album di famiglia, e mi sono chiesta se tra la famiglia Sparacino e la mia non ci fosse stata, nel passato, frequentazione. In realtà si tratta di una fotografia molto comune nel passato. Il fatto che Pippo Sparacino l’abbia scelta mi fa pensare molto. La copertina rappresenta, in fondo, la sintesi del libro. Racchiude la chiave di lettura. La narrazione si dipana di là. Solo uno sguardo superficiale non può cogliere il senso, il messaggio di quanto la foto o una grafica, o un disegno qualsiasi ci comunicano.

Segni che rimandano alla famiglia, alla madre, a questa figura che nel Meridione, ha avuto sempre un che di grandioso, di solenne e di tragico e ha determinato, pur non avendo ruoli di primo piano, il destino di questa nostra isola.

Con la scelta di questa foto, Pippo ha chiamato in causa la madre come a condividere con lei il comune percorso di vita. Ė come se volesse gridare a tutti che se è diventato quello che è, lo deve a questa donna straordinaria - Che donna mia madre! Lo ripete diverse volte - a questo rapporto che è esclusivo nei primi anni di vita, totalizzante, e importante per le future scelte.

Il destino di un bambino si gioca spesso nel rapporto con i genitori. C’è un bellissimo libro di Hillman, "Il codice dell'anima" nel quale si legge che ciascuno di noi, prima della nascita, riceve come compagno un "daimon", una specie di guardiano che lo accompagna e lo aiuta ad adempiere il destino scelto. Secondo questa suggestiva teoria ognuno di noi, prima di venire sulla terra, si sceglie la madre e il padre che possano consentirgli di realizzare il proprio destino.

Io credo nel peso che i genitori hanno sul destino dei propri figli.

E Pippo Sparacino deve molto alla madre. La presenza di lei è costante nel libro, con i suoi silenzi, le sue rinunce, i suoi stimoli, le sue approvazioni, il suo orgoglio: «l’orgoglio doveva sovrastare la miseria e camminare a testa alta, e mia madre camminava a testa alta!  Era, ed è sempre stata, orgogliosa, puntigliosa, fiera, anche nel modo di camminare… portava alta la testa con quell’orgoglio ch’è figlio solamente della dignità e del rispetto di se stessi». La madre è una presenza costante, con la sua visione positiva della vita. «Mia madre aveva rispetto della fame, sapeva che con la fame non si scherza. Ogni cosa la metteva a confronto con essa e, facendomi vedere il bicchiere mezzo pieno, mi ripeteva: “Non ti lamentare… Tuo padre un pezzo di pane non te lo ha fatto mancare”. Mia madre mi ha insegnato a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché il bicchiere mezzo vuoto, più che mezzo bicchiere, spesso è un pozzo profondo di sofferenza umana».

Tutte le mamme, soprattutto quelle meridionali, hanno un rapporto viscerale con i figli e, forse, è questo rapporto che indirizza la vita di ognuno di noi, nel bene e nel male.

E poi l’epigrafe ripresa da “La luna e i falò” di Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti».

Paese come comunità, come grande famiglia da cui si parte per il gusto di ritornarvi, paese fatto di persone che si stringono nel dolore, tessuto che lega gli uni agli altri, nel bene e nel male, rete di sostegno che induce a sopportare la pena del vivere.

Tre elementi, quindi: titolo, copertina, epigrafe. C’è, in nuce, il contenuto del libro. Ci sono i valori in cui Pippo crede fermamente: della famiglia, del luogo dove si è nati e della crescita sociale e culturale di un individuo attraverso il rapporto con gli altri.

“Tutto per una S” è nato per comunicare un’esperienza di vita. In realtà lo scopo di qualsiasi libro è quello di comunicare. Chi scrive, scrive perché sente dentro un’urgenza incontenibile, traboccante, di fissare, attraverso le parole, pensieri, sentimenti, stati d’animo, conoscenze, per trasmetterli ad altri e condividerli.

Chi scrive, scrive perché vuole essere letto, vuole collegarsi agli altri, rafforzare quella rete cui accennavo poco fa, raggiungere i confini dell’universo. Ha un disperato bisogno di allacciare quei fili che nella quotidianità, talvolta, ha dovuto, per necessità, allentare. Lo scrittore, infatti, è spesso un solitario, un alieno, si trova a disagio tra gli altri, parla poco, perché conosce il peso delle parole e sa che bisogna sceglierle, meditarle, usarle come farmaci omeopatici, perché possono diventare pietre, o leggere come aria, o penetranti come aghi.

Pippo Sparacino conosce il peso delle parole e non le usa mai a sproposito.

Il libro di Pippo è un caleidoscopio, un pezzo di cristallo sfaccettato che offre diverse possibilità di lettura. Ė un libro che non si può racchiudere in una relazione, in una recensione. Saremmo ingiusti se pretendessimo di farlo. Ci sono molti spunti che andrebbero approfonditi: l’infanzia negata, il dolore, la questione meridionale, l’emigrazione, l’impegno politico, il valore delle ideologie, l’impegno di scrittore. Per quanto mi riguarda, ho cercato di focalizzare alcuni aspetti illuminanti per la comprensione del testo, ma sicuramente non esaustivi. D’altronde è giusto lasciare ai lettori la libertà di coglierne altri.

Devo dire che l’esordio del libro ha suscitato in me una forte tensione emotiva; mi ha inchiodato il linguaggio immediato, spontaneo, con il quale l’autore ripropone aspetti e momenti del suo e del nostro passato. La sua rievocazione icastica ha riportato alla memoria ricordi lontani perduti. Ė proprio qui la magia della scrittura: in questo raccordo tra il lettore e l’autore, nel terreno comune nel quale l’uno e l’altro si ritrovano.

Mi ha affascinato la naturalezza con la quale Pippo ha raccontato aspetti intimi della propria vita, la sua infanzia negata, il rapporto con i familiari, la povertà, il disagio esistenziale, l’iniziazione sessuale, la morte del fratello. Mi ha intrigato la lucidità – e se vogliamo anche il distacco emotivo - con cui ha trattato eventi laceranti della sua vita, trasferendo le emozioni nei fatti stessi. La catarsi della scrittura… La scrittura serve anche a questo a bruciare il dolore, a sublimarlo.

C’è il racconto della morte del fratello Enzo trainato da un montacarichi che si era ribaltato. Pippo, militare a Palmanova, ritorna in treno a Palermo, e da Palermo a Menfi. Ė costretto a venire a piedi a Sambuca. “Arrivai a Menfi che era già sera inoltrata. Da Menfi a Sambuca ci sono 18 Km, a quell’ora non c’era nessun mezzo di trasporto. Decisi di avviarmi a piedi, con la remota speranza di trovare, strada facendo, qualche passaggio. Non incontrai una macchina nei due sensi di percorrenza; di telefoni, ovviamente neanche a parlarne.

A Misilbesi, quando vidi stagliarsi nella penombra lunare le pareti delle cave di tufo, cominciai a sentirmi quasi a casa. Arrivai a Sambuca che era passata la mezzanotte. Mi inerpicai per la scorciatoia che da “Lu Signuruzzu” portava a “Li Stazzuna”, e quindi a “Li Macasinazzi” là dove abitavamo noi.  Trovai la scala e il pianerottolo pieno di amici e parenti; appena mi videro mi corsero incontro. Mi svincolai, entrai in casa e, come è uso siciliano, vidi tutte le donne sedute intorno, vestite a nero”.

Ė un brano scarno, essenziale, rispetto ad altri, eppure l’immagine di Pippo che percorre 18 Km a piedi, mi ha accompagnato, subito dopo la lettura, per diversi giorni e mi ha dato la dimensione della forza dell’uomo.

A Pippo la vita ha negato l’infanzia, la spensieratezza, il gioco, ma ha dato tante doti, tra cui l’intelligenza del cuore. E non è poco.

Io non credo che lui quella s l’abbia conquistata nel tempo. Pippo è “soggetto” sin dai primi anni della sua vita, quando da garzone andava a riempire le brocche alla fontanella di Calcara o si svegliava la mattina alle cinque per andare a raccogliere le olive o andava come garzone dai muratori. C’è sin da allora, attraverso la rievocazione che ne fa l’autore stesso, quell’orgoglio di sé - retaggio materno che lo sostiene e che ne fa un ragazzino speciale - c'è una grinta, una maturità, difficile da trovare nei coetanei. Ė un uomo già a nove anni. Responsabile, autonomo, furbo, che sa usare la ragione, che s’interroga sul destino, sulla vita, sulle relazioni sociali, sull’ingiustizia, sulla difficoltà di vivere. Ė un soggetto pensante. E che cosa c’è di più importante del pensare, di esercitare la logica, di progettare il proprio futuro e preoccuparsi di quello degli altri, di cogliere le sfumature della vita? Ė un soggetto pensante, capace di sognare, di crearsi un’esistenza alternativa, di dare sapore alla vita, attraverso il sogno. «A quell’età sognavo già. Facevo il garzone tuttofare, avevo nove anni e, quando mi mandavano in groppa all’asino a prendere l’acqua alla sorgente, in paese a fare la spesa o quando mi ordinavano di fare le fascine con le stoppie, ero solo. Non ero con i miei amici a giocare, a distrarmi, ero solo con le mie riflessioni, con le mie paure e i miei sogni di bambino.

A volte, quando ero solo nel buio avevo paura, ma il più delle volte sognavo di riscattare la mia famiglia dalla miseria, sognavo che si può vincere anche da poveri. Sognavo di volare, di spiccare il volo e guardavo gli uccelli librarsi nell’aria… Il sogno non era altro che la libertà della mente… il sogno mi aiutava, se non altro serviva a distrarmi dalla dura realtà di bambino garzone».

“Soggetto” a 9 anni. Soggetto pensante, libero, attento, creativo, proiettato nel futuro. Quella S  Pippo se l’è conquistata nell’infanzia, come un vero soldato, e ne ha fatto buon uso sin da allora.

Quanti sono i giovani di oggi capaci di sognare? Sognare è crearsi un’esistenza alternativa. Ė rappresentarsi un modo diverso di vivere. Sognare, spesso, vuol dire anche “volere” e “volere” vuol dire concretizzare il sogno attraverso il fare, l’agire. Quanti giovani oggi sognano? I sogni, oggi, sono gli altri a fabbricarli per loro, attraverso quella macchina infernale che è la televisione. Oggi i giovani non sognano e non pensano. Non ne hanno il tempo. Pippo Sparacino, a nove anni, si alzava alle cinque, per andare a raccogliere le olive, saliva in groppa al mulo, assonnato e pensava. Osservava gli alberi, gli uccelli, la natura e pensava. Lavorava dall’alba al tramonto, ma aveva il tempo di sognare. Non ha mai mandato in vacanza il suo cervello. E l’impegno paga.

La vita di Pippo è una vita esemplare da fare conoscere ai giovani.

Un’infanzia negata, la sua, segnata dalla fatica, dal bisogno e dal dolore.

Il dolore è prolifico, acuisce la sensibilità, affina, rende la pelle trasparente, mette a nudo nervi, tendini, tessuti. Il dolore è un paletto piantato davanti all’uomo, a segnare i limiti, i confini dell’umanità, a segnare la fragilità, ma è anche un’opportunità che l’uomo non dovrebbe farsi sfuggire. Il dolore è scomodo, come Dio e la morte, ma lascia un limo dentro che rende fertili. Certo può anche indurire il cuore, come il seme che cade sulla roccia o tra le spine.

Per Pippo il dolore è stato un lievito. Se non fosse passato attraverso la pena di vivere, oggi, probabilmente, non sarebbe uno scrittore. Lui, l’opportunità, non se l’è lasciata sfuggire, ha lasciato che impastasse la sua vita, la trasformasse, la rivitalizzasse, senza cancellare la visione positiva della vita, senza portarsi via il suo humour.

Ė proprio vero - come scrive Kalil Gibran - che la gioia e il dolore sono inseparabili e che quanto più il dolore incide nella nostra vita, tanta più gioia potremo godere.

«La vostra gioia è il vostro dolore smascherato. E il medesimo pozzo da cui proviene il vostro riso, è stato spesso riempito dalle vostre lacrime. Tanto più a fondo il dolore incide nella vostra vita, tanta più gioia potrete godere… Quando siete felici guardate in fondo al vostro cuore e capirete che in realtà state piangendo per ciò che prima fu una vostra gioia… Arrivano insieme, e quando l’una siede con voi a tavola, ricordatevi che l’altro sta dormendo nel vostro letto».

E, nel libro di Pippo, non mancano le note esilaranti pur nella tragicità delle situazioni. Basti pensare al brano nel quale l’autore racconta la difficoltà del padre di allungare le scarpe o la prima comunione. Pagine dense di vita che fanno pensare e ridere tra le lacrime.

«Tutte le esperienze ci fanno crescere e riflettere… Noi non siamo altro che il frutto delle nostre stratificazioni mentali, ogni esperienza e ogni riflessione su quella esperienza crea un tassello che va a formare il puzzle della nostra vita».

L’infanzia negata è il substrato sul quale si è innestata la rivoluzione del cuore, la rivendicazione, la voglia di cambiare un mondo ritenuto ingiusto.

Il giovane solitario, divenuto adulto, cerca di concretizzare il suo sogno, tessere le fila della partecipazione, del coinvolgimento, della chiamata in causa di quanti la pensano come lui. Fondamentale il sodalizio con Nino Ferrara e Mommo Ferraro che dà all’autore la misura di quanto sia importante la fede negli ideali e come essa possa cementare persone di estrazione diversa. Il sogno passa attraverso l’impegno politico, le lotte sindacali, la mobilitazione delle masse, l’occupazione delle terre. Un impegno estremo, totalizzante che tende al fine, senza guardare ai mezzi per raggiungerlo. E che dà i suoi frutti. Il piccolo grande uomo si stupisce dei suoi stessi risultati, si specchia compiaciuto nel suo successo, stenta a credere che la sezione comunista Giuseppe Di Vittorio - di cui era segretario - sia premiata dai vertici del Partito Comunista, come “la meglio organizzata di tutta la regione”, che lui sia stato eletto consigliere al Comune di Prato, assessore e poi sindaco di Cantagallo.

«Essere eletto assessore a ventisei anni, senza sgomitare, senza rincorrere il potere… Non pensavo che il mio impegno potesse sfociare in un incarico pubblico di così alto prestigio. Da quel momento, però, cominciai ad immedesimarmi nel ruolo. Ero convinto che ognuno, qualsiasi incarico il Partito gli affidasse, bisognava che operasse per il bene complessivo. Operare per il bene generale significava avere il senso di appartenenza e di rappresentanza: l’orgoglio di appartenere e la dignità etica di rappresentare».

Subito dopo l’elezione a sindaco di Cantagallo: «In quel momento giurai a me stesso che ce l’avrei messa tutta, che avrei impegnato tutte le mie energie, il mio orgoglio e la mia passione».

Ancora l’orgoglio, quell’orgoglio ereditato dalla madre e che non è sterile amore di sé, arroganza, presunzione, “autoglorificazione” ma consapevolezza della propria dignità, del proprio ruolo, forma che si sostanzia di concretezza.

L’impegno paga. Abbiamo avuto modo di verificarlo attraverso le pagine di questo libro. La passione ed il rigore morale con cui si affronta ogni piccola azione quotidiana hanno un riscontro che contiene in sé la gratifica. E non è un compenso materiale.

Passione e talento, i due elementi che troviamo nella vita di Pippo Sparacino.

Pippo ha del talento, un talento innato, sicuramente, che si è giovato, però, di tutte le opportunità che la vita gli ha messo sulla strada. Talento che affonda le radici nel dolore, nelle esperienze di vita, nelle delusioni.

Basti pensare a quel momento cruciale, durante il quale si spezza l’unità dell’uomo stesso, s’incrina la fede negli ideali. Momento nel quale egli raccoglie i cocci delle sue esperienze, delle delusioni e li osserva con il distacco di un anatomopatologo.  «Beppe» fa dire Pippo all’Indagatore, il suo alter ego «il rischio non sta nella fine del mondo, ma nella morte dell’anima». E la morte dell’anima è generata dall’egoismo, dall’ambizione, dall’ipocrisia, dall’abbrutimento, dalla degenerazione. Dalla lotta di ciascuno per il proprio tornaconto. Per la prima volta, davanti all’esame impietoso dell’Indagatore, Pippo è costretto a vedere, come in uno specchio, le mistificazioni delle ideologie e se stesso come un ingenuo Don Chisciotte.

Arrivati all’ultima pagina di questo straordinario libro, si ha l’impressione che Pippo, attraverso le esperienze di vita – dolorose certo – attraverso i successi, le delusioni politiche, la riflessione sui comportamenti umani, abbia maturato quella fluidità, quella libertà di pensiero e quella capacità critica - prerogativa di una persona aliena da qualsiasi condizionamento – che consente, a chi la possiede, di scoprire la miopia dei fanatismi, i limiti delle ideologie, della fede che si specchia solo nella propria verità.

Ė rimasta, salda, integra, invece, la fede nei valori della democrazia, della libertà, della solidarietà, della giustizia.

Ė rimasto, nonostante tutto, l’ottimismo della volontà. Ė rimasta la fede nella vita.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Luglio 2015 07:36