Le pitture digitali di Matteo Amodei PDF Stampa E-mail
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Venerdì 25 Novembre 2011 00:00

di Licia Cardillo Di Prima

Aurelio Pes, che l' 8 ottobre, ha inaugurato la mostra alla Galleria Artem di Palermo, le ha definite "strutture mobili", cogliendo in pieno la caratteristica delle pitture digitali di Matteo Amodei, nelle quali non c'è spazio per la fissità.

Parlano un linguaggio nuovo queste opere, realizzate con una tecnica che utilizza il mouse al posto del pennello.

Sessantaquattro i quadri in esposizione, nei quali si alternano paesaggi surreali o esotici, fotogrammi della memoria, frammenti di labirinti virtuali, composizioni geometriche nelle quali ogni dettaglio è armoniosamente legato all'insieme e pentagrammi che scivolano o galleggiano in oceani traslucidi, senza confini, a dire forse l'immensità dello spazio e la vanità di misurarsi con esso.

L'elemento liquido si rivela più forte del solido. Le immagini fluide, come tessute di sogno, sbocciano e traggono linfa dal mare o dal cielo e vibrano di echi, risonanze, movenze. Riportano a un universo in divenire che tende all'armonia.

Allo spettatore viene in mente Kandisky e la sua tensione ad annullare i limiti tra suono, movimento e colore.

Le pitture digitali di Matteo Amodei si guardano ma, attingendo alla memoria, si potrebbero anche ascoltare o danzare. Il colore procede per gradi, senza strappi, come in una sinfonia e non lascia spazio alle ombre, ma ai riflessi che duplicano la realtà, conferendole un che di fiabesco.

Il segno sempre preciso e simbolico, quando diventa aguzzo, ripetitivo fa pensare a uno scontro tra eserciti rivali. Solo che il conflitto si riduce a una teoria di lotte di colori, a una serie di lance che bucano inutilmente il cielo, a dire l'assurdità della guerra.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Luglio 2015 07:37