Nuvole in viaggio PDF Stampa E-mail

di Leone Amodeo

Recensione di Licia Cardillo Di Prima

Morire “è essere preda dei vivi” diceva Sartre.  Sono i vivi che coltivano la memoria di chi se n’è andato per sempre o lo condannano all’oblio. Leone Amodeo continuerà a vivere, non solo nel ricordo dei familiari. Una raccolta di poesie, curata dal fratello Rori e pubblicata da Editori Riuniti, ce lo restituisce integralmente, così come augura al curatore, in una lettera, l’amica Anna Frosali: «Ti auguro di recuperarlo tutto intero quest’uomo che ha pagato con monete sonanti l’aver prestato orecchio al canto delle sirene». Ritornano le Sirene nella vita degli Amodeo (ricordiamo che l’ultimo libro di Rori s’intitola “Guardale le Sirene”), creature mitiche poste alla custodia di frontiere invisibili che qualsiasi poeta deve superare, per sentirne il canto e vedere la luce dove gli altri vedono il buio, la gioia dove gli altri vedono solo il dolore. E l’autore, non ci sono dubbi, è un poeta.

Dai versi e dalle testimonianze che chiudono la raccolta, viene fuori un Leone “a tutto tondo”, colto, amante  dell’arte, con il gusto del paradosso, estremamente sensibile, passionale, capace di relazionarsi sempre in maniera sempre propositiva e anticonvenzionale.

Rori Amodeo spiega così il titolo del libro: «Le nuvole si compongono, si scompongono, si sciolgono in acqua, si ricompongono e vagano in cielo: lunghi viaggi, prima di sfioccarsi ancora e tornare a ricomporsi. Simile a quella delle nuvole dovette sembrargli la sua vita alla vigilia della morte».  E la leggerezza delle nuvole si ritrova  nelle poesie che passano dalla struggente tenerezza all’amore e alla consapevolezza della fine.

A partire da quel tenerissimo incipit di  “A mia madre” nel quale ogni figlio può ritrovare il legame struggente con la propria madre (l’addio a una donna straordinaria, sempre perplessa di fronte al mio enigma): Mamma, mami, mita, maman, mamuska. Con quanti nomi ti ho chiamata/ persino, quando invecchiavi,/ «picciuttazza»…  ; per passare a quella riflessione dolente: La vita è un’illusione/ trascorre come un sogno/ sdraiarsi al sole/ immergersi nell’onde/ mangiare un dolce frutto/ bere da una fresca sorgente/ soffrire piangere./ Poi più niente…

Poesie d’amore, quindi. Amore per la bellezza, dovunque essa si annidasse: in un monumento, nel corpo umano, in un paesaggio. Leone non ha avuto scrupoli a celebrarla, goderne, inebriarsene. Il veicolo del godimento o della sofferenza è la  cultura classica che, in lui, è diventata carne, muscoli, epidermide, pensiero. Le poesie ne sono intrise. Il reale non appare mai nudo, immediato, ma sempre vestito di mito. I corpi forti e belli dei giovani rimandano agli eroi di Omero o ai  figli di quell’umile Italia per cui morì la vergine Camilla o alle statue antiche; Avila, la città murata riecheggia delle preghiere e dei pianti di Teresa. Sul cielo di Madrid “volano vittorie…. Avanza Cibele sul carro trainato da leoni”. Sulla Plaza Mayor “quadro di rappresentazione e di dolore il pensiero va agli autodafè e all’Inquisizione,/ agli imperi, ai popoli distrutti/ per la brama dell’oro… / (Spagna, un delirio).

Mi sento premere addosso/ tutta la storia del Vecchio e Nuovo Mondo.  Via Via dal passato,/ verso un futuro che non ci sarà…/, scrive Leone. Pur pesando, il passato è come un prisma che dà infinite sfaccettature a ciò che è oggetto di osservazione: un luogo, un dipinto, un fiume, attraverso le lenti della storia, si caricano di simboli, perdono massa per acquistare energia.

"Spagna, un delirio", una delle sue più belle poesie, ha il ritmo, l’intonazione della ballata:  Corre, scivola Sandra per i sentieri dell’Estremadura,/ scivola, corre con le sue scarpette/ tra ginestre e colline di ciliegi… /Andiamo, andiamo verso Salamanca./ All’ingresso ci accoglie una grottesca/ rossovestita prosti dixiana. / Ma, dentro, la città ha i colori della rosa e dell’arancia,/ le sue pietre sono come dorate/ dal sole declinante e dalla scienza umana./ Andiamo andiamo… Un canto, con il quale l’autore ammicca al lettore per invitarlo a danzare, a seguirlo, attraverso i luoghi della Spagna, nel caleidoscopio  della storia per scoprirne miserie e grandezze, sfiorare volti di santi e di sovraniinterrogarli/ come nessun devoto o suddito poté fare/, stropicciare le vesti iridiscenti delle infanti/ per capire il perché di un’ascesa e di un declino./

Ė un viaggio, il suo, per penetrare profondamente nella  condizione umana, trovare le radici comuni  di culture diverse:  Uscii nel polveroso vicolo di Yazd. In fondo le cupole dorate e i minareti/ maiolicati di rameggi e calligrammi/ iniziavano a scintillare sotto il sole/ per celebrar la vita, l’amore e la beltà./ Io lo sapevo già che i sogni/ per restare devono svanire.  (Yazd)

Ė un percorso per dare voce a stati e vibrazioni dell’anima e del corpo, sapori e odori lontani: A Selinunte/ ci si arrivava con la littorina./ Filava tra gli agrumi e gli uliveti/ per le campagne di terra rossa/ di Castelvetrano… Sulla spiaggia lunga e solitaria,/ candidi e profumati come gigli,/ a primavera fiorivano i pancrazi. L’estate coi pastori/ scendevano le greggi/ per lavarsi in mare… Selinunte era il luogo dei silenzi,/dello stupore… Selinunte era il luogo delle attese…

Attendevano i megaresi le puniche trireme /attendevano i siciliani le navi barbaresche/ attendevano gli italiani coi tedeschi / lo sbarco degli angloamericani;/ attendevamo il futuro e l’amore/ noi liceali…

A leggere i versi di Leone, si ha l’impressione di essere trasferiti nel cuore dell’armonia, in una dimensione atemporale in cui passato e presente si sovrappongono, si assimilano, segnati soltanto dall’attesa. Ė l’attesa che nutre la speranza, la paura, l’amore. Le diversità si sciolgono, storia e leggenda si confondono come le nuvole che attraversano il cielo.

Nel vento che soffiava sulla sabbia/ percepivo sussurri e implorazioni/ in lingue a me note o sconosciute./ Trinacria bellum polemòs Krieg war/ mammaliturchi sakelìa harb amuri/ tanit Santiago demètra allàhuakbàr/ lekhem hoshhev sangiuvannuzzubeddu ( Selinunte)

In questi quattro versi  che sembrano riproporre una babele di lingue, c’è la voglia d’integrazione, d’interculturalità, di sintonia tra i popoli. C’è il rifiuto dell’intolleranza  e dell’odio. Nella poesia intitolata “Jerusalem- Al Qods”, la città, apostrofata con quattro aggettivi che ne raccontano la tragedia e la grandezza: “dolorosa, sventurata, divina, maledetta”, viene definita: “terra di santi, di prodigi testimoni,” e condannata senza pietà  perché prega  per Dio e segue i suoi demoni.

Via via dal passato, / verso un futuro che non ci sarà…, scrive Leone sempre nella poesia "La Spagna, un delirio". Il futuro, per lui, è l’arte e si materializza nel Museo Guggenheim di Bilbao, una lucente nave di titanio che ha attraccato alle sponde industriali del Nerviòn: Forse è giunta per me, si dice l’autore per invitarmi/ sul suo magico scafo di splendore./ Salpa nave di Gerhy, portami via… Salpa, nave di luce e di bellezza,/ verso nuove speranze e nuova vita.

«M’è piaciuto pensare» scrive Rori Amodeo «che mio fratello avesse invocato quel “magico scafo” rivestito di titanio di portarlo via, “verso nuove speranze e nuova vita” Sono certo: si è immaginato nascosto e protetto dentro la pancia di quella nave, che ospita un bel museo, come nascosto e protetto si era sentito dentro gli Uffizi o dentro Palazzo Pitti quando, suscitando la mia ira, marinava il Liceo G.Galilei di Firenze».

Ė bello immaginare Leone, su quella magica nave, che guarda lontano e sorride assorto così come lo ritrae la foto pubblicata sul libro, con  due bambini africani  dall’aria triste. Erano anche loro, oltre all’arte, il suo futuro.