Quando mangiavamo le lazzeruole PDF Stampa E-mail

Quando mangiavamo le lazzeruole

di Maria Pia Sammartano

Recensione di Licia Cardillo Di Prima

Dodici racconti compongono questa raccolta. Tre in meno delle tessere del "mosaico" di Consagra riprodotte sulla copertina. C'è sempre una corrispondenza tra l'immagine raffigurata e il contenuto, come se l'autore - o chi per lui - volesse condensare in un'immagine il senso del libro e darne la chiave di lettura.

La copertina di "Quando mangiavamo le lazzeruole" ci rimanda alle tessere che Maria Pia ha cucito insieme per comporre una sorta di mosaico dei momenti più significativi della sua infanzia e adolescenza. Una cucitura perfettamente riuscita, senza spazi vuoti, senza quei salti, inevitabili nel passaggio da un racconto all'altro, in quanto il flusso che il lettore segue non è quello cronologico, ma quello della coscienza, dell'anima, della memoria che è capace di saltare da un evento lontanissimo a un altro vicino, senza darci le vertigini.

La memoria è, quindi, il collante che permette all'autrice di zigzagare nel passato ripercorrendo momenti della sua vita che, pur essendo strettamente personali, danno, a chi legge, la sensazione di averli vissuti.

La memoria è il surrogato della coda che abbiamo perso per sempre nel felice corso dell'evoluzione, diceva J.Brodskj. E' lei che dirige i nostri movimenti. E' lei che ci prende per mano, ci accompagna nella vita, ci fa arretrare davanti al pericolo, allerta i nostri sensi. Spesso si attorce, arretra, svicola da tutte le parti, proprio come fa una coda. La memoria è la nostra salvezza, il nostro angelo custode. Un uomo senza memoria è un uomo senza radici, senza difese, senza orientamento.

Il processo del ricordare non è mai lineare. Nella memoria non ci sono cassetti nei quali i ricordi si conservano in modo ordinato per riprenderli al momento opportuno. I ricordi sono affastellati, messi alla rinfusa, incalzati da quelli che arrivano dopo e si fanno spazio,  relegando nell'incoscienza quelli non necessari. Basta un niente, però, - un sapore, un odore, un suono - per aprire, senza chiavi, la memoria, per liberare un ricordo non necessario che, riproponendoci un mondo di sensazioni scomparse, ci avverte del carico di passato che ci portiamo dietro, senza averne consapevolezza.

Scriveva Hector Bianciotti: «Non siamo noi stessi, e ognuno di noi è nato molto prima della sua nascita. Siamo tutto ciò che vi è stato da quando la storia del pianeta è cominciata – il fragore delle glaciazioni, il diluvio; i primi occhi sorpresi dal volo di un uccello e la pienezza dell’uccello che s’immobilizza sulle alture, il terrore del primo tuono che inventò o rivelò gli dei, le fatiche millenarie, la vita e la morte di ogni cosa che è vissuta e che è morta, dall’inizio, una goccia del fiume ineluttabile che chiamiamo tempo; le maschere che il sangue ci ha posto sull’anima e il volto. Tutto ciò che è avvenuto, accade ad ognuno di noi, in ogni istante. Eppure, ognuno di noi si sente unico, e ci sogniamo a vicenda, costruendo prigioni per quelli che amiamo».

Noi siamo quelli che siamo grazie al passato che ci portiamo dietro e che continua ad accrescersi, giorno dopo giorno, come una valanga. Siamo quelli che siamo grazie al tempo che ci arricchisce attimo dopo attimo, dando sostanza alla nostra vita. Siamo quelli che eravamo e anche quelli che non siamo stati, per non averne avuto consapevolezza. Siamo l'ultimo anello di una catena lunga quanto la storia dell'umanità.

M.P.S., in questo libro, compie un'operazione di recupero del passato - che tende alla sospensione del fluire del tempo - o per ritorno deliberato o per lampi improvvisi, per folgorazioni che si accendono e scatenano, come la madeleine proustiana, una serie infinita di sensazioni che trasporta l'autrice in un periodo lontano con il quale è rimasto un legame profondo di affetti. Nella rievocazione il ruolo principale è giocato dal significato che l'autrice ha attribuito all'evento, dal contenuto emotivo.

Il veicolo di questo viaggio è quasi sempre la percezione di un odore, di un rumore, di un colore imprigionati negli oggetti che, all'improvviso come scatole magiche, si aprono e restituiscono, con una marea di valenze affettive, il ritmo di eventi lontani che, liberati, si fanno storia, saldando presente e passato.

Scriveva Proust: «Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi ».

Il meccanismo cui allude Proust mi sembra molto calzante per questa raccolta di racconti di M.P.S.

Per M.P.S., le sensazioni olfattive, gustative, visive rappresentano tracce da seguire per riappropriarsi di persone ed eventi lontani e salvarli dalla transitorietà.

M.P.S. segue la percezione, la blocca e la usa come strumento di ricerca e di conoscenza, crogiolandosi in una sorta di voluttà sensoriale:

«Il profumo dei fichi, delle bucce di arance mescolato a quello dei chiodi di garofano, dello strutto, dell'ammoniaca e della vanillina diventava una sinfonia olfattiva irripetibile che fu la colonna sonora dei natali della mia fanciullezza ».

Il profumo di pietanze,  di oggetti,  di luoghi è il grimaldello per aprire porte chiuse e intrecciare il «fenomeno sensoriale e laico» ai «valori della famiglia, della casa, dell'amicizia ».

« Poche cose al mondo sono inafferrabili come gli odori,... forse solo i pensieri » è stato detto. Oggi più di ieri. L'olfatto, ai nostri tempi, si è come impigrito e sembra condannato all'estinzione.  Qualcuno (Laura Cobianchi)  parla di "delitto di abolizione dell'olfatto". Gran parte dell'umanità è convinta che odori e sapori siano qualità secondarie e che il cibo serva soltanto a nutrire, non a produrre piaceri sensoriali. Questa convinzione, da parte di alcuni psicologi è considerata assai nociva. "Il mangiare fuori di corsa", infatti per James Hillman contribuisce alla disfunzione della famiglia, più dell'assenza dei genitori, della violenza in televisione, delle droghe, degli abusi. «Il pasto condiviso, ricordiamocelo, è centrale per la vita contadina greca, italiana, ebraica, orientale, afro-americana e medio-occidentale, tanto che il rituale mangiare insieme» è ritenuto più importante del dormire insieme.

E qui si potrebbero ricordare diversi esempi di sensazioni olfattive presenti nella letteratura nella letteratura siciliana, a partire da Vittorini che, sul traghetto che lo porta in Sicilia, mangia «pane aria cruda e formaggio con gusto e appetito perché riconoscevo - dice - antichi sapori delle mie montagne e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio». E poi, a casa, l'odore di aringa gli ricorda la faccia della madre quando era giovane, tanto da fargli dire  «ogni cosa era questo, reale due volte».

E per continuare in questa carrellata di odori, ricordiamo, nel Gattopardo, il torreggiante timballo di maccheroni con la fragranza di zucchero e cannella e il fumo carico di aromi, e il profumo di bouquet à la Marechal di Angelica e i fastosi pranzi dei Benedettini di San Nicola in De Roberto e il gelo di melone profumato di gelsomini di Dacia Maraini.

Per continuare nel viaggio olfattivo di M.P.S.: « L'intenso odore di formaggio, che diventava via via quasi insopportabile afrore... l'olezzo rivelava, senza alcuno sforzo di fantasia, il mestiere del padrone di casa... » Nino Bianco.

L'odore di pelle risveglia l'emozione del ritorno del padre dal Sud America con un regalo straordinario per lei, una bellissima cartella: «Il suo odore di cuoio pregnante invase subito tutto l'ambiente, vi perdurò per molto tempo e, nonostante l'esposizione giornaliera alla luce e all'aria, rimase fortemente percepibile sull'oggetto e, a distanza dei molti anni trascorsi, per sempre impresso nella mia memoria sensoriale ».

Ed è sempre  «l'acre e forte odore del cuoio» che la introduceva nel laboratorio dei fratelli "Miliuni" Pippinu e Vicinzinu, in Via del Turco, con «il desco del lavoro ordinario, il banco di scuro massello  e, in ordinata mostra tante forme di scarpe in ferro di varie misure e suole e tomaie e tacchi e sopratacchi e pelli di varia qualità e colore e semilavorati pronti per la prova ».

E nella cartlibreria Grillo in Piazzetta San Bartolomeo «Tutto l'ambiente era pervaso dal forte odore  della carta nuova che esalava da libri e quaderni... Ero come impazzita di gioia e ubriaca del profumo pregnante che avvolgeva persone e cose».

E, in occasione della preparazione dei dolci di Natale : «Tutta la casa era invasa dalla fragranza del dolce, inondata da una invisibile nuvola di strutto evaporato che s'insinuava subdolamente nelle più piccole fessure a raggiungere persino la strada»

Da una nuvola di profumi - il brodo di carne proveniente dalla cucina, l'odore di bucato, il profumo della biancheria fresca che emanava al contato con il ferro da stiro, l'acre odore di sapone molle sciolto nell'acqua tiepida per lavare i pavimenti - affiora la madre, prototipo, oltre che di pulizia interiore, della forza, della energia delle donne del Sud costrette, per necessità, a sfoderare tutta la grinta nel doppio ruolo che la vita assegnò loro in tempi difficili della nostra storia.

L'emigrazione ha mostrato, infatti, oltre all'intraprendenza degli uomini che si sono avventurati in luoghi sconosciuti, come era negli anni '50 l'America Zuela, il carattere delle madri e delle mogli, il cui ruolo, nel bene e nel male, è stato determinante per il destino di questa nostra isola. C'è nelle donne mediterranee un che di grandioso, di solenne e di tragico che ritroviamo nella mamma di M.P.S.

Costretta a tessere tutta la città per risparmiare sulla spesa, a contrattare sul prezzo, a esibire la sua grinta per proteggersi da eventuali insidie per sé e per le figlie, si distingue per fermezza di carattere, dirittura morale, decoro, attenzione alla famiglia che si sostanzia di poche parole, gesti, espressioni.

La madre, protagonista di quasi tutti i racconti, viene fuori sin dalla prima pagina e l'espressione "Chi vriogna" che sottolineava l'età avanzata - quarant'anni quando diede alla luce Maria Pia, - dà già l'idea, oltre che dello "sgomento dell'inaspettata e non voluta gravidanza", del suo pudore, della sua tempra. Ma la delicatezza e la tenerezza di questa donna ci vengono restituite da una breve descrizione: «Indelebile e non scalfita dal tempo, invece, un'espressione, accompagnata dal gesto di porgere le scarpe a mio fratello seduto sulla sponda del letto in procinto di prepararsi, (si recava ogni mattina alla stazione per salire sul treno in direzione di Trapani dove egli frequentava l'istituto per geometri) mi risuona ancora miracolosamente nelle orecchie, a distanza di tanti anni:

- Ninnino, tè - Tonino, prendi ».

Una madre attenta, vigile, pronta a riempire il vuoto dell'assenza.

A lei va il merito di avere educato i figli alla religione della famiglia, al rispetto dei luoghi e del prossimo, alla libertà.

Sappiamo quanto sia importante nella società il ruolo della madre. E' la libertà delle donne che misura il destino dei bambini. Attraverso di loro passa il progresso di una società. Sono loro che possono educare figli liberi o figli che si trasformeranno in kamikaze assassini, picchiatori, fanatici. Sono loro che hanno il difficile compito di educare le figlie all'autonomia o addestrarle a essere cancellate dall'esistenza civile. Un ruolo importante quello della donna che può diventare il centro populsore della civiltà, cuore stesso della libertà, della democrazia e di tutti i diritti legati ad essa.

In tempi difficili - come furono quelli del dopoguerra - le donne degli emigrati, di solito poco loquaci, con l'esempio hanno educato i figli, indirizzandoli alla libertà che si accompagna sempre alla rinuncia, all'autocontrollo, all'ordine e al rispetto delle regole.

Molti uomini, in questo periodo, a causa dell'emigrazione hanno avuto un ruolo apparentemente marginale nell'economia della famiglia, - a volte di disturbo per le loro frequenti partenze e ritorni vissuti spesso dai figli come intrusioni in realtà consolidate e stabili grazie alla presenza materna, - ma di grande valenza sul piano formativo, per il loro proiettarsi verso altri mondi, per l'intraprendere, per il rischio che ogni partenza comporta. I padri, con il loro andare e venire, hanno educato i figli alla sfida, alla lotta, all'amore della propria terra, alle lacrime tristi dell'addio e a quelle gioiose del ritorno. Li hanno messi in relazione con il mondo, con altre culture. Ogni partenza e ogni ritorno è sperimentazione del dolore e della gioia, occasione per misurare gli affetti, laboratorio di emozioni, palestra di vita. L'emigrante ama di un amore viscerale la propria terra, ha sensi più vigili, è capace di misurare sulla pelle l'umore di un luogo. Anche chi resta l'ama in modo struggente perché si è esercitato all'assenza - che poi è una breve morte - e al ritorno, che non altro che  rinascita.

Da sensazioni visive, uditive vengono fuori anche gli oggetti: la macchina da cucire, il vecchio scialle, il mobiletto, vere  e proprie corde di trasmissione di meccanismi mentali che sprigionano emozioni, desideri, nostalgie, un labirinto di immagini bagnate da una luce nostalgica, da un velo di tenerezza, dal languore per la fugacità del tempo che ci fa perdere giorno dopo giorno una parte di noi allontanandoci da noi stessi.

Se dovessi definire il libro di Maria Pia Sammartano con un aggettivo, sceglierei  "fresco", perché è un libro che sa di freschezza, della freschezza dell'infanzia, magistralmente riproposta dallo sguardo di una adulta. L'autrice, io narrante, è nella doppia veste di osservatrice e di osservata, di adulta e di bambina. E il filo che congiunge l'una all'altra è, come abbiamo detto, la memoria che riesce a raccordare passato e presente, dandoci la percezione della circolarità dell'esistenza.

L'infanzia è una miniera alla quale si può attingere senza riserve e ha il pregio di mantenere, anche nel ricordo, quell'atmosfera magica che gli anni non riescono a cancellare. Maria Pia vi ha attinto a piene mani ed è riuscita a trasferire nella scrittura, l'incanto, l'innocenza, la tenerezza proprie di questa stagione della vita.

Accanto alla madre, il padre, il fratello e la sorella, e le figure indimenticabili della Mazara degli anni Cinquanta: Giuvannina, la caliatura "impavida, sfidante, con il suo carrettino, elemento fisso della struttura urbanistica della città... e responsabile della malia soggiogatrice delle papille gustative", il cantastorie, "la colonna sonora delle domeniche", l'insegnante elementare.

Tante tessere, in questo libro, a comporre uno spaccato di vita: gli esercizi commerciali differenziati per le esigenze degli abitanti, le feste, le  convenzioni sociali, le aggregazioni, i riti religiosi con le processioni, i riti familiari con l'esposizione del corredo, la preparazione dei dolci natalizi, le cose dei morti. Un limpido affresco di una città uscita dal dopoguerra, segnata dal travaglio di vivere, dallo squilibrio delle famiglie prive della presenza maschile.

E poi il mare visto come elemento di gioco, grande utero avvolgente nel quale ritrovare legami ancestrali: «Le immersioni, le evoluzioni, le giravolte in apnea e a occhi aperti erano un incoscio ritorno ad un passato ancora prossimo perciò non rimosso ». Ma soprattutto luogo del travaglio, dell'intraprendere: «Mi rimanda alla fatica del vivere, ai sacrifici, alle insidie, ai naufragi, alla disperazione, alla morte, alla tragedia, all'impotenza, quella dei pescatori che hanno imparato con sofferenza a conoscerlo, rispettarlo, assecondarlo, senza forzature, né violenze, perché impari per l'uomo, pur sorretto dalla moderna tecnologia, ingaggiare una sfida con lui »; e il mare come fonte del benessere " fonte di lavoro, come la campagna, tant'è che a quell'epoca si ascrive la formazione della flotta peschereccia che avrebbe fatto di Mazara la indiscussa regina marinara di Italia ".

E poi il recupero dei luoghi.

I luoghi nati da geografie private e sentimentali sopravvivono ai cataclismi, all'incuria dell'uomo, alle ruspe, perché vivono di emozioni nostalgie fughe del cuore e hanno la presunzione che tutto rimanga immutato.

M.P. ci tiene a salvare i luoghi della memoria, gli spazi delle emozioni, del sogno: la casa  di Via San Martino 31, di Piazza Porta Palermo, di Via Bessarione, la Tonnarella, Sant'Elia e la casa di campagna, Villa Iolanda con il palco in muratura e i ficus centenari. Attraverso la rievocazione, ce li restituisce nella loro solarità, nei loro odori, voci, frenesie, nei piccoli, grandi misteri che riservavano agli occhi dei bambini. Ce li ripropone nell'incanto che essi avevano, nell'infanzia, nella loro magia,  avvolti « in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri». (Rilke)

I luoghi rispondono a chi sa evocarli. E M.P. sa come evocarli.

Luoghi attorno ai quali si sono snodate storie di quotidianità e di umana dignità, che hanno scavalcato il loro presente per arrivare, attraverso la magia della scrittura, fino a noi.